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sabato 6 aprile 2013

ilGATTOPALDO

Questa del GattoPaldo è la storia vera
Che femmina pareva ma non era
E tanto gli bastò per esser sciolto
Dal primo vero affetto, il più profondo

E così GattoPaldo venne annusato dalla mamma. Lisetta fiutò in lui un odore strano, diverso da quello di Violetta e di Ezio, e diverso pure da quello di Erminia, Flora, Tauro, Milla e Torquato, Orsino e Leandro, insomma da quello di tutti i micetti che da un paio d’anni andava sfornando grazie al contributo sentito, seppur veloce, di Attila, da sempre suo gatto-padrone!

"Però ‘sto Attila, che razza di gatto, tutto nero con quel petto bianco che gli si intravede il cuore tenero in quella corazza da duro.
Ma quanto mi piace 'sto Attila qua!
Certo faccio la sdegnosa, mica si vorrà che il nome di Lisetta venga sperperato per tutti i sassi vecchi attaccato al nomignolo di “gatta facile”. Però che la luna m’aiuti a trattenermi quando intona quel canto così roco e malinconico!
Corro ad allattar i figli che mi son rimasti, per distrarmi dalla voglia o per farmela succhiar via!"

Annusato a lungo fu il povero GattoPaldo! Non che Lisetta non ce l’abbia messa tutta per classificare il suo ultimogenito ma, niente da fare...

"Figurarsi, io, che scovo un sorcetto a duecento metri nella notte, pur confusa dal puzzo di tutti ‘sti zozzoni che si sono accampati per i sassi da due settimane, eh già che tengo il conto, che c’hanno la lingua solo per miagolare.
No, il mio fiuto non sbaglia, ci deve essere stato un intoppo, questo non è figlio mio, né tanto meno di quel pezzo di gatto a cui allieto le ore.
Qua va a finir male, qua si sparge la voce.
Io già la sento quella perfida che non vede l’ora di gettare pulci su di me!
No, no, e poi l’ho promesso a mia madre, niente frutti ambigui da questo ventre fertile.
Onore al ceppo, me l’ha fatto giurare!"

Dal giorno alla notte Paldo si trovò sperduto in mezzo a mille rumori e a diecimila odori.
L’argento vivo lui ce l’aveva dentro e non sapeva come tenerlo a bada, ché pure nella disgrazia che gli era capitata, non ce la faceva a smettere di ispezionare, scoprire, guardare, e anche se ogni tanto le zampette gli ricordavano che era ancora molto piccolo, non avrebbe mai smesso di fare agguati agli steli d’erba mossi dal vento, che per lui tradivano lucertole incaute a muover la coda in sua presenza.
La fame però non gli dava tregua. Lisetta l’aveva abbandonato senza neanche mostrargli la tecnica giusta per cacciare i sorcetti. E sì che di coraggio ne aveva e di istinto pure, anche perché discendeva dal terrore dei topi dei sassi vecchi! Però lui non sapeva come riorganizzare tutta l’indole che si trovava dentro. Ecco, questo era il problema. Possedeva tutti i capitoli del "Manuale di sopravvivenza felina”, fornito di serie alla nascita, solo che, dei capitoli, mancavano i numeri e lui intentava di volta in volta le diverse combinazioni ma rimaneva quasi sempre a bocca asciutta!

Paldo non si dava per vinto e continuava a girovagare e a crescere, senza farsi abbattere da difficoltà che in fondo sono tali solo se si conosce una vita più agiata. Lui si era sempre arrangiato e non trovava faticoso il doversi arrangiare, lo trovava naturale.
Conosceva però la fatica dell’impegno verso esperienze che si andavano infittendo sempre più e che lo attraevano e lo respingevano ad un tempo.
La prima fra tutte si era consumata velocemente ed improvvisamente durante una battuta di caccia. I suoi occhi attenti avevano scovato, nel chiaroscuro di un cespuglio, il pasto del giorno e visto che le vittime scelte per i precedenti tre pasti del giorno non si erano mostrate compiacenti a tale investitura, Paldo intendeva quella volta prodursi nel più pulito degli agguati e dimostrare a se stesso e alla vittima designata che andava facendo passi da gigante.

"Bene allora mi accuccio, sì, mi accuccio per passare inosservato e lentamente mi dirigo verso il bersaglio. 
Già me lo sto assaporando, rimbomberà nella mia pancia vuota!!
NO, NO, CHE POI FINISCE COME IERI, NO! CONCENTRATO!
La coda! Giù la coda.
Questi topini hanno cento occhi.
Allora, carico e spingo...No, mi avvicino ancora un po’.
Ma…, eppure la mia pancia non può strusciare per terra, ne sono sicuro, da un po’ di tempo non mi devo neppure ricordare di tirarla in dentro, ho la conca naturale!! Cos’è tutto sto rumore?
Eccolo, quel muso che spunta dalle foglie. Sempre così, sta per scappare, lo so, e non mi darà il tempo neanche di fare un saltino per ficcargli in bocca uno spavento da raccontare agli amici sorci invece della solita risata. Carico eee...no, così non si fa! Qui c’è chi sta provando a cacciare…"

Alzò la testa e rimase impietrito. Ad un metro da lui riluceva splendente il pelo rosso di un gatto grande e fiero che, tutto immerso, lui sì, nella cattura della preda, aveva bellamente tralasciato di considerare l’esistenza di Paldino. Il nostro invece rimase affascinato dal corpo affusolato del suo simile, incantato nel vederlo all’opera così sicuro e silenzioso, paziente e deciso e rimase pure turbato dall’odore che emanava il fulvo cacciatore, tanto che di tutte le sensazioni che turbinavano nella sua testa gli venne solo di buttar fuori un miagolio a metà strada fra tutti i segnali che avessero un senso, un bell’incompiuto, che ebbe come unico effetto quello di far posare sul suo bel muso lo sguardo serio del gatto rosso, per un secondo, solo un secondo, prima di farlo ripiombare nell’oblio.
Quanto la sentiva stretta quella sua testolina il GattoPaldo!
Quanti interrogativi sospesi, che non sospettava di avere, piovevano all’improvviso nella sua mente! Il bisogno di affetto, di fare la pasta su quel pelo morbido, il bisogno di compagnia, la voglia di misurar la forza, l’incanto di apprendere i numeri dei capitoli del manuale, la curiosità di sapere come si raggiungono i sorcetti che volano, di sapere da dove viene quel rumore che sposta le foglie e i prati e il pelo; tutto, tutto, tutto avvoltolato, intrecciato nella sua testa, confuso e mischiato insieme, tutto quel turbine di pensieri volanti lo inchiodava ora in un pezzetto d’erba e a nulla valse lo sforzo dello stomaco di riportarlo ai bisogni materiali, né servì a niente vedere che la sua preda-sperata si trasformava in bottino-concreto fra gli artigli del fulmine rosso!
Per il quarto giorno di fila rimaneva a dieta ma certo la dose massiccia di cibo per l’anima gli aveva riempito i serbatoi dell’intelletto di scorte sufficienti per qualche settimana. Materiale per pensare ne aveva accumulato e, se non altro, con tutto quel daffare spirituale, la fame diventava più sopportabile.
Il gatto rosso aveva catturato il suo topolino senza troppo trambusto e se l’era squagliata velocemente così come era apparso. Non ritenne Paldo neanche degno di una seconda occhiata, di un commiato, che so, di una minaccia, si limitò a spruzzare il suo marchio sul cespuglio, ritenendo, erroneamente, che Paldo fosse in grado di coglierne il significato!

La febbre dell’emulazione lo colse in pieno. Continuò a rivedere a presa continua gli interi due minuti che aveva unilateralmente condiviso col predatore, aggiungendo ogni volta nuovi particolari tanto che presto ebbe bisogno dell’intervallo fra il primo e il secondo tempo.

Era buffo che il GattoPaldo fosse nato sotto il segno del leone. Se avesse avuto a quel tempo qualche nozione in fatto di famiglie allargate, avrebbe di certo invidiato lo stile di vita del fratello più grosso che, sdraiato al fresco di un albero sperso per la savana infuocata, aspetta che le proprie mogli gli portino in pasto gazzelle, zebre, antilopi, altro che sorci!
Fra tutti i nobili parenti selvaggi, però, lui si sarebbe di certo riconosciuto nel leopardo, solitario, deciso, sperava col tempo di diventare anche temuto!! Ma la vera passione che univa Paldo al gattone maculato era quella per i rami, per gli alberi, per la pace che si gode lassù! Magari non si teneva ancora bene sulle zampette, ma a salire sugli alberi Paldino aveva imparato subito, anche se per necessità.
La prima volta, infatti, lui a prendere quota neanche ci pensava, solo che mentre scavava la sua buchetta per liberarsi di quel poco che il suo fisico aveva deciso di non assimilare, in piena concentrazione, nel momento più rilassante, più intimo della giornata, con gli occhi a mezz’asta e le orecchie tirate indietro, in quel sacro momento, un rumore di unghie al galoppo lo distolse bruscamente. Si girò solo con la testa, senza avere il tempo di cambiare posizione, e, con qualche fatica, riuscì a ricondurre quella macchia bruna con enormi orecchie pelose che sbattevano come ali di gabbiano, alle immagini di quelle bestie attaccabrighe che parlano a singhiozzo facendo un casino insopportabile. Solo che quella che gli correva incontro aveva qualcosa in più, un valore aggiunto, era, come dire, più attaccabrighe, molto più attaccabrighe, sembrava proprio indemoniata! Quelle unghie si conficcavano nella terra alzando nuvolette di polvere. Si avvicinava a venti metri al secondo!!! Ora GattoPaldo poteva anche sentire il respiro affannoso e vedere la lingua che svolazzava ripiegata all'indietro.
Niente progetti, niente piani, non c'era tempo per nessuna riflessione, nessun calcolo, nessuna considerazione.
Tutto era ormai compromesso.
Lo scatto fu fulmineo, fluido, inatteso.
Paldo lasciò la sua buchetta e sfrecciò diritto, un po’ a vanvera per dire la verità, senza un piano dettagliato, ma diritto e veloce, così veloce che quando si trovò di fronte al cedro del libano ebbe appena il tempo di decidere se schivarlo a destra o a sinistra prima di rendersi conto di trovarcisi in groppa.
Neanche la bestia rantolante ebbe il tempo di decidere per la destra o per la sinistra e il tremolio che ne seguì quasi disarcionò Paldino dal suo ramo.
Da quel giorno il nostro eroe si innamorò di quelle tane sopraelevate, tutte diverse fra loro, ombreggiate quando ce n’era bisogno e strategiche per catturare i sorci volanti. Spesso ci passava la notte, spesso ci schiacciava il pisolino pomeridiano, con la coda penzolante nel vuoto. Amava le querce, con i rami grossi e nodosi, ma di solito si accontentava di alberelli più bassi, da cui era più facile scendere. Si rannicchiava bello comodo nel punto che più gli consentisse di scrutare il territorio sotto di lui e sprofondava nei suoi pensieri. Cercava di riordinare le esperienze.

Lui, a dir la verità, ancora non ci aveva capito molto delle regole sociali. Ogni volta che incontrava un altro micio andava in confusione perché gli pareva che tutti i punti fermi a cui era arrivato in base agli incontri precedenti dovessero esser rivisti.

"Quel prepotente m’ha arruffato tutto il pelo, guarda qua, mi sembra pure che me ne manchi un ciuffo.
Ma come si permette? 
'Ste confidenze, ma chi lo conosce!
Eppure ci sono andato cauto.
Tutti quelli che incontro mi scrutano da lontano e poi si avvicinano con quello sguardo inquisitorio, tutti con la fissazione di scandagliarmi il sottocoda. Ci infilerebbero il naso se li lasciassi fare!
Non dico un saluto dopo l’ispezione ma almeno uno sguardo negli occhi, un segno che mi faccia credere che l’interesse che suscito non si esaurisca tutto fra le cosce!! E invece quando mi va bene se ne vanno sdegnati, altrimenti si infuriano come se gli avessi fatto chissà quale torto e si gonfiano tutti e mostrano i denti come se volessero conficcarmeli lì dietro! 
Com’è che i conti non mi tornano mai???
Riuscissi una volta ad anticipare la reazione. Eppure una regola ci deve essere! Forse muovere troppo la coda durante l’ispezione è un segno di cattiva educazione. Forse si infuriano se faccio le puzzette!! Beh, chi se ne importa, potrebbero almeno chiedere il permesso prima di ficcare il naso in spazi privati.
Ora che per una volta mi sono avvicinato io e ho annusato io, tutto ‘sto putiferio mi sembra esagerato. 
Mi son sentito i denti nella gola!
Ma aveva quello sguardo che mi piaceva troppo.
Forse l’approccio che ho tentato ha un significato diverso. Io volevo approfondire la conoscenza, non certo frantumare le regole del galateo ma non m’ha dato neanche il tempo di miagolare!
Chissà che sta facendo?!?"

Paldino aveva incontrato Margherita. Lui non sapeva perché dopo tanti incontri solo la vista di Margherita lo avesse attratto in modo così forte, ma questa volta le zampe non aspettarono che ci ragionasse sopra, presero e partirono alla volta della fonte di cotanto richiamo.

Dal canto suo Margherita si sentì onorata vedendo uno spasimante che le correva incontro; fino ad allora aveva sempre assistito alla corte che altri spasimanti facevano ad altre spasimate. A lei non era mai successo e moriva dalla voglia che qualcuno le dedicasse, anche a lei come alle sue amiche, un timido canto strappacuore.
Pronta, con la testa fiera un po’ reclinata per non dar troppa importanza al grande evento, con la coda diritta ma nervosa, che denunciava gli scarsi risultati delle lezioni di autocontrollo, decisa a dire sì ma non subito, con moderazione, rispettando i tempi ed emulando Olivia, supercorteggiata, superadulata, superplatinata amica a senso unico, tesa al punto che riusciva a sentire il rumore delle sue vibrisse scosse dal vento, che rumore assordante sentì dentro di sé quando il suo cuoricino esplose in mille minuscoli pezzettini!
D’accordo, lei non era una bellezza sconvolgente; va bene, lei non aveva una gran nomina nel suo quartiere; certo, il suo pelo bianco tendente al rosa era un po’ stravagante, ma perché questo non era preso come un’attraente particolarità? Perché non aveva la stessa carica erotica dell’orecchio mangiucchiato di Olivia?

"È vero io ho fatto il voto, ti ho giurato di esser modesta, ho capito che Olivia, Osiria e Onilla hanno qualcosa che io non avrò mai e quindi non mi posso crogiolare nella delusione ogni volta che sogno un gesto galante che puntualmente non arriva (a me! perché a loro arriva sempre, arrivano pure quelli che non arrivano a me!).
E sono stata brava, tu lo puoi dire, in questa settimana non ho aperto il mio cuoricino allo sconforto neanche un attimo, neanche quando mi son resa conto che Marzio ha finto di voler essere mio amico per far le fusa a Osiria, quella…gattamorta.
E non ho versato una lacrima, e tu mi sei testimone, quando Olivia mi ha fatto capire, con i suoi modi "gentili", che non ero la benvenuta nel gomitolo della sera perché lei, povera reginella, voleva scambiar pulci con Tito in santa pace.
Va bene, le ho augurato che quell’orecchio le si possa accartocciare in testa come la coda di un maiale, ma devo imparare l’umiltà mica candidarmi al posto di santa protettrice delle gatte da marciapiede! 
Insomma, io cerco di essere forte ma come faccio ad affrontare uno scostumato che prima mi illude, così giovine e tenero, e poi, al modo del più perfido dei serpenti, mi annusa come se fossi un fenomeno da baraccone?
Fortuna mia che non c’era gran movimento in giro.
Ah ma gliele ho suonate, hai visto, non me lo son fatto scappare, avrò ritirato fuori i bocconi amari che ho ingoiato da un mese a questa parte.
E lui faceva il sorpreso, piccolo principe, si girava a pancia all’aria, meschino, ma chi voleva incantare? 
Certo, era carino!
Non l’ho mai visto da queste parti.
Carino quanto maligno!
Ecco ci sono!! Qualcuno deve averlo istruito per umiliarmi ad arte! Di sicuro quella banda di mangiagramigna con Tito in testa s’era nascosta tutt’intorno per ridere di me!
Mia buona stella, io non ce la faccio a vincere i miei complessi se devo pure sopportare le cattiverie di quel branco di dementi. Non ne puoi incenerire qualcuno? 
Un bel pelo però, lo sconosciuto, anche se…"

Paldo non se la passava meglio. Sul suo albero si leccava le ferite del cuore senza sapere di averle. Era stata una giornata strana quella. Si era sentito stonato tutto il tempo, perfino lo stomaco l’aveva lasciato in pace, anzi lo aveva allontanato da una panciuta lucertola che prendeva il sole. Il pensiero di quella coda rotolante, che fino a qualche giorno fa gli stuzzicava l’artiglio, ora gli faceva venire i brividi sulle orecchie.

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa
così convien che qui la gente riddi.

Tutto un rimescolio di infuriati che, per forza di poppa, facevan rotolare massi di ormoni dentro il corpicino del povero Paldo. Ma anziché rinfacciarsi il mal dare e il mal tenere tenuto in vita, costoro si insultavano al suono di “FEMMINUCCIA” e “BRUTO”, tanto la sostanza li separava!
Già perché più cresceva e più il GattoPaldo diventata full-optional!
La buona Lisetta lo aveva dotato di tutte le nature!
Certo, all’inizio nessuna delle due era completa ma l’imperfetta abbondanza le era bastata per allontanare da sé il suo frutto indefinibile. Ora Paldo, che quelle due nature le portava dentro, si apprestava ad affrontarle senza averne i mezzi e soprattutto senza sapere di doverle affrontare.
Ecco perché aveva offeso a morte Margherita, annusandola come un fenomeno da baraccone, semplicemente comportandosi con lei, che l’aveva così affascinato, come finora tutti avevano fatto con lui.
Aveva capito che quello era il modo di avvicinarsi agli altri.
Non aveva capito che, per gli altri, lui era un fenomeno da baraccone.

Credo sia giunto il momento di tracciare il profilo del nostro Paldo. I suoi tratti facilmente si riconducevano alla più comune delle razze, almeno la più diffusa per la terra che lo ospitava. Aveva un classico mantello grigio striato sul dorso, una pancia classicamente candida, un po’ ingrigita dalla vita selvatica, le zampette posteriori una grigia e una bianca, per amor della coerenza, e un musetto bianco col naso rosa che diventava quasi rosso quando era molto eccitato, tutte le volte che si preparava ad attaccare, in ogni momento in cui si sentiva spaesato.
Quel naso all’insù, tumido e di un rosa acceso, spiccava sotto quello sguardo scaltro, da micio che la sa lunga (come ingannano le apparenze!!).
Sembrava addirittura che fosse ancora più all’insù, quasi snob, a mostrare una nobiltà che nessuno gli aveva dato ma che aveva tutte le intenzioni di conquistare sul campo. Niente di più lontano dalla baracca quindi, anzi niente di più normale, non volendo dire anonimo perché non suona bene. Da dove nasceva allora tutto l’interesse che Paldino suscitava nei mici che incontrava via via per la sua strada? Cos’era che spiccava da lontano?

"Ce lo sai, a me nessuno me fa fesso.
E chi ce prova poi c’ha da fa co’ me medesimo.
Qual è la fama mia dentro a ‘sta cricca? Dai su, lo vojo sentì dì!
Esatto, hai detto bene!
E allora visto che io nun c’ho bisogno de sta' a pregà tanto le pulzelle pe’ falle veni' a cuccia, si te guardo è perché la fortuna a un certo punto ha deciso de datte una possibbilità. E già me girano le zecche se dopo un attimo nun me stai già a cospetto co’ l’orecchie scese!
Te piace fa la schizzignosa?
Va be', ce sto, perché sei nova e nun conosci le regole.
Ma se vedi che un pezzo de gatto te se avvicina mentre tutt’intorno se crea er silenzio, tu nun continui a fa’ la smorfiosetta, nun me continui a squadra' co’ l’occhi a palla e quer naso rosa a pizzo che pare te sei sniffata ‘na vagonata d’ortica de quella fina!
Me so’ fermato a metà strada.
Ho sentito che quarcuno sghignazzava, nun ve credete, mo parlamo pure de quello, ma, pure se nun sto qua a rende conto a voi, ve dico che nun è perché ce so rimasto male. Figurateve, robba che quanno Olivia ha sgamato che ce poteva rimette er primo posto ha fatto de tutto pe’ manna giù certi lacrimoni che da soli bastavano a fa’ cresce la gramigna.
Ho inchiodato perché i conti me spareggiavano. Er musetto me 'ntrigava ma era stonato in quarche punto.
L’occhio, forse, nun era proprio a regola d’arte, me ricordava quello del buon Bario, che tra l’artro stava in mezzo a quei simpaticoni che sghignazzavano! Allora m’avvicino un po’ de più pe’ venì a capo de ‘st’arcano, je giro intorno e sento n’odore strano, che nun ho mai sentito fino a mo. Nun era de un maschio, io coi maschi nun c’ho gnente a che spartì, li fiuto da lontano.
È inutile che fate i rantoletti, nei posti sbajati nun me ce so’ mai infilato, come invece ha fatto quarcun artro.
Insomma maschio nun era ma pure della femmina c’aveva poco!
Era più un misto, ‘na cosa indefinibbile.
Allora je guardo er sottocoda!
Nu l’avessi mai fatto, nun ho visto mai ‘na cosa così strana in vita mia. C’era tutto ‘r’mondo là de dietro, anzi de tutto un po’!!!
Nun so neanche riuscito a conta’ tutti i buchetti!!!
Mamma mia che spavento.
Ridete, ridete, intanto solo io c’ho avuto il coraggio de sfida' la sorte. Beh, sì, io in fondo l’avevo capito che era un tipo strano, me so finto piacione per fallo ‘sta tranquillo e, soprattutto, pe fa sta tranquilli tutti voi! Che artimenti ve la facevate sotto."

Tito il macho aveva indorato la pillola alla sua cricca o, come avrebbe detto lui, gliel’aveva imbastita, ma la verità in cuor suo la sapeva, e non riusciva a crederci.
Hai voglia a cercar particolari stonati per giustificarsi agli occhi suoi e a quelli dei suoi adepti. L’infallibile aveva fallito, lo sciupagatte aveva cannato, per la prima volta nella sua carriera stava per partire alla conquista di una femmina che femmina non era, quantomeno non come quelle che fino ad allora aveva messo nel pallottoliere.
Non era ancora pronto per vivere esperienze diverse. Ma si poteva ben consolare Tito il figo. Non era l’unico ad esser incorso in clamoroso errore. Ben altri conquistatori al pari di lui, se non con più esperienza, avevano visto in Paldo la preda da mille punti.
Ingenui!
Paldo era valutato preda pregiata in quanto preda forestiera! Si sa, il fascino della conquista fuoriporta è spesso irresistibile! Chissà allora quanti punti avrebbe guadagnato se tutti avessero considerato il suo vero valore aggiunto!
Certo, Tito aveva dovuto faticare per mantenere la sua giusta figura all’interno della cricca, ma lì finivano tutti i suoi problemi. Dopo aver sudato goccioloni freddi cercando di spiegare il suo “incidente”, aveva cominciato a strusciarsi Olivia, accarezzandole dolcemente la schiena con la coda, un gesto che aveva imparato nella sua lunga esperienza, un po’ il suo ingrediente segreto che non falliva mai, e poi aveva attaccato con quei sommessi rantolii che avevano definitivamente fatto scordare alla corteggiata del pericolo appena scampato.
Allontanandosi con la più bella gattina in circolazione sentì che la reputazione era ancora solida e cominciò da quell’istante a dimenticare il GattoPaldo.

Com’era difficile invece per il GattoPaldo cominciare a dimenticare Tito! Solo lui aveva potuto vedere gli occhi terrorizzati di quel gattone grande e grosso, uno di quelli che sembrano non avere paura di niente. Quello sguardo terrorizzato aveva terrorizzato Paldo mille volte di più, lo aveva gettato nell’incertezza più nera e gli aveva scatenato il bisogno assoluto di far parte di qualcosa, di scacciare via lontano da sé quel sentimento di incompatibilità che tutti i suoi simili gli avevano urlato contro.
Come se non bastasse, l’amore stava dilagando nel suo cuoricino con l’impeto di un fiume in piena. Pensava in continuazione a Margherita, bramava di fare muso a muso con lei, di sentire le sue fusa, di affondare il suo nasino in quel pelo fulvo e lucido!
Fulvo e lucido?
Ma Margherita non era di uno strano bianco rosato?

"Sono così contento che tu sia qui!
Lo so, è un po’ scomodo.
Tieniti forte alla mia zampa, andiamo nella mia tana segreta.
Hai paura dell’acqua?
Sai, quest’acqua mi regala sempre delle risposte, io mi specchio e magicamente mi tranquillizzo, inizio a respirare e mi accorgo di essere stato senza respirare per tutto il tempo.
Oh, com’è agitata oggi! Non l’ho mai vista così.
E torbida pure, non riesco a vedere la mia faccia!
Non riesco a capire, non riesco a respirare.
Che mi succede?
Perché ti vedo così distante? Dove sei andato a finire? Perché dalla tua parte l’acqua é limpida e tranquilla?
Ho sempre desiderato dirti che non ho mai smesso di pensarti, che se non fossi stato trattenuto o forse spaventato, se ne avessi avuto il coraggio, t’avrei seguito.
Non ho pensato neanche per un attimo al topo.
Appena ti ho visto ho sentito che l’unica cosa importante era stare con te!
Perché non mi ascolti?
Ti prego fammi avvicinare, voglio specchiarmi nella tua acqua, sento che solo così posso capire.
Come sei bella. Stavo parlando con…
dov’è andato?
Non ti sbilanciare, attenta, reggiti a me.
Sento i tuoi occhi su di me, li sento penetrare dentro di me. Nei tuoi occhi rivedo il colore della mia acqua. Com’è che allora non riesco a vedere me?
Perché non mi vedo?
Che fai?
Così mi fai cadere.
No, non voglio, ho paura, l’acqua è sporca, è agitata, è sporca, è troppo sporca..."

e invece Paldino si ritrovò immerso in un’acqua limpida e tiepida, circondato da tantissime bollicine che, salendo verso l’alto, gli indicavano la via.
Si rese conto che poteva respirare, che aveva già iniziato a farlo, che doveva solo continuare, prenderci l’abitudine.
Per niente spaventato, decise di tirar fuori la testa dall’acqua e vedendo che sia Margherita che il gatto rosso che aveva incontrato tempo fa gli porgevano la zampa per aiutarlo ad uscire, nuotò verso di loro, con la certezza di poterli stupire, di dimostrare loro di farcela da solo. Ma il pelo era bagnato, intriso di acqua, era troppo pesante e le zampe sembravano far cilecca.

L’ultima sensazione che Paldino conservò di quel sogno fu la contentezza provata nel sapersi fuori dall’acqua e la consapevolezza che l’acqua non fosse più un pericolo, non più.
Non riuscì a vedere come ne venne fuori, anche se ebbe la sensazione che qualcuno, uno dei due, o forse entrambi, lo avessero tirato su, ma l’immagine di quell’acqua, tornata limpida e calma a scorrere senza pensieri verso il futuro, la tenne stretta dentro di sé per tuffarcisi in ogni momento complicato; a quella chiese aiuto quando l’acqua, quella vera, era distante.
Quell’immagine, così difficile da decifrare, era invece così facile da sentire.
Lo rassicurava, gli diceva che dentro di sé tutto era tranquillo, caldo, trasparente, naturale, gli diceva che c’era una via e che l’avrebbe trovata, che forse qualcuno l’avrebbe aiutato.

Quanti campi di gramigna aveva percorso con gli occhi fissi davanti a sé senza badare al tempo, alle prede che gli attraversavano la strada, allo stomaco che urlava il suo affamato disappunto.
Gattopaldo aveva scelto di guardare dentro di sé senza sapere se fosse la strada giusta, senza sapere che era la strada giusta.
Arrivò a concentrarsi così profondamente da imparare a sentire i suoni del suo corpo, della sua testa. Imparava a sentire i suoi pensieri, a dargli un colore. Nutriva il suo corpo dei frutti della meditazione.
Riusciva a vedere il sangue che si aggirava per le sue vene, riusciva ad ammirare l’aria che invadeva i suoi polmoni, riusciva a guardare le idee prendere forma nella sua testa, riusciva a sentire una forza superiore sfiorargli il ventre.
Già, il suo ventre!
Cosa succedeva lì giù in fondo?
Un malloppo di colori si incastravano dando vita ad un’energia strana, che cresceva, cresceva, incessantemente, continuamente, cresceva, cresceva. La strada si faceva corso nel corpo di Paldo, la zampa a cui aggrapparsi gli nasceva dentro ma lui questo non riusciva ancora a capirlo. Però annusava nell’aria una serenità che non aveva mai conosciuto. Dai colori della sua pancia decifrava una vocina che gli diceva di aspettare, ancora un po’, ancora qualche giorno e tutto sarebbe cambiato, e l’acqua si sarebbe calmata per sempre.

Paldino se ne stava tutto il tempo in braccio a un ramo, appoggiato sulla schiena, sbracato sulla poltrona di legno, a guardare il suo ventre agitarsi come fosse vivo!
Guardava quei bernoccoli riassorbirsi nel suo pelo per rispuntare dal lato opposto, per sparire di nuovo.
Provava a leccarli, a mordicchiarli, macché, quelli si ritraevano appena li sfiorava.
Il suo ventre cresceva, si dimenava e cresceva senza che Paldo potesse farci nulla. E dopo una notte più agitata del solito, quanto poco stupore nel vedere la risposta a tutti i suoi pensieri sbucare dalla sua pancia.
Paldo ebbe la reazione più naturale del mondo di fronte all’evento più frequente del mondo.
Niente turbamenti, nessuno smarrimento.
Cominciò ad aiutare quella testolina ad uscire dal suo corpo come se, fino ad allora, non avesse atteso che quel momento.

Bianco come la luna il muso bello
Come Paldino grigio il suo mantello
Femmina o maschio dir non c’è ragione
Nessuna gabbia, Amor non ha prigione

sabato 25 agosto 2012

UN BACIO È TROPPO POCO.

La pulsione negativa verso la seratina tra amici altrui l'avevi addomesticata aggrappandoti a piccoli stimoli di pettegolezzo pret-a-porter.
Speravi proprio di conquistare un cantuccio tranquillo della tavolata per QUARANTADUE(!) coperti e godere delle gesta dei due tizi di cui sentivi parlare da settimane ormai. Due giganteschi esponenti della boraggine romana!

Un enorme fenomeno che fremevi di incontrare era un tale che da poco aveva iniziato una tresca con una ragazza con cui non avevi molta confidenza, ma che importa? il pettegolezzo non ha barriere interpersonali. Non capivi come si potesse decidere di lasciare tutto, famiglia, figlio, rotweiler, per una con cui si finisce per vedere tutte le sere la televisione a casa della nonna di lei. Immaginavi che la vecchietta concedesse ogni tanto quei pochi minuti di sacrosanto assopimento televisivamente indotto per far vivere ai due qualche attimo di passione e speravi che lo stesso assopimento non fosse invece artificialmente indotto dalle tazze di camomilla corrette con chissà cosa che la nipote faceva bere alla nonna con così tanta insistenza. Ma pur sfruttando il coma della vecchia, la scena rimaneva comunque triste, soprattutto per uno che ti si presenta come MOSAICISTA ESPERTO NELLA DECORAZIONE DI PISCINE E INTERNI, CON VENA ARTISTICA PROPRIA. Un maiolicaro insomma, però così originale e schiavo della sua creatività che non si capiva perché avesse scelto di sorbirsi i programmi in seconda serata con la gatta-morta, magari dopo una giornata di intenso sforzo creativo.

Il pezzo da novanta era poi il ragazzo (e da poco ex ragazzo) della festeggiata.
Fisicamente avevi già avuto modo di apprezzarlo grazie al destino che, quando si dice la fortuna, te lo aveva fatto trovare nell'ascensore. Il suo odore importante, come la sua taglia del resto, avrebbe reso l'idea anche a chi vedesse ancor meno di te, ma, non appagato da un unico senso, hai voluto per lo meno usarne un altro, indugiando con gli occhi sulle rotondità di lui, tutte concentrate sul davanti, a formare una ciambella che stava su sfidando le leggi della fisica. I capelli riccetti, tutti affastellati per la testa, erano tenuti insieme da una provvidenziale similgelatina che produceva lui stesso, semplicemente riducendo la cadenza degli incontri con l'acqua. Barba un po' incolta, che fa molto maschio; totale noncuranza nel vestire, che fa di un maschio un maschio ancora più maschio. Hai cercato di scorgere il tatuaggio sul trapezio di cui così tanto ti era stato detto. Pensavi che almeno il tentacolo dovesse uscire fuori dal collo della magliettina fruit of the loom, indossata a pelle in pieno inverno, e invece niente. Ti rendeva così triste la consapevolezza di non avere un'altra occasione per ammirare l'opera e non ti accorgevi che, chissà perché, stavi già escludendo ogni possibile opportunità di vederlo meno vestito di così. Si narravano su di lui racconti fantastici, storie di tornei di resistenza amatoria disputati in dismesse case di villeggiatura durante le domeniche in cui la maggica giocava in trasferta!! C'erano bocche pronte a giurare di canne rollate con una mano sola. Si riportavano testimonianze di braciole di maiale da un chilo l'una, ingollate senza prendersi il disturbo di cuocerle prima.

Ebbene, quei due incontri ti erano stati negati dalla sorte.
Arrivato con la dovuta mezzora di ritardo, una delle poche facce amiche ti sussurra che Fabio, il velocista sessuale, era appena passato per dare alla sua già compagna di teneri momenti il regalo e dei fiori ma si era prontamente dileguato per non perdere neanche un attimo del rave party a Cura di Vetralla, con cui avrebbe salutato, ballando, il sorgere della domenica, come d'abitudine.
Il divorziato irretito, invece, aveva promesso la sua presenza in seconda serata, tanto per amore della coerenza, promessa però dallo stesso inghiottita con una telefonata verso le dieci e trenta, se non altro in perfetto orario, con cui denunciava la sua eccessiva stanchezza. Impara l'arte...

ERA...

Così ti sei accontentato di scrutare i meno famosi amici del mare della festeggiata, che , pur non portando la bandiera del buon gusto, non erano poi così malvagi come si sarebbe potuto pensare. Non c'era nessuno che tenesse banco, facendo un discorso che coinvolgesse tutti. Ognuno parlava con chi aveva accanto per lo più di argomenti in cui non potevi o non volevi entrare. L'atmosfera era tesa e durante le tre ore che ci son volute per consumare quella pizza, neanche fosse stata una cena di matrimonio, hai avuto modo di assorbire la tensione in ogni sua sfumatura.

...E TU, E TU, E TU...

Non era facile chiedere informazioni all'unica ragazza con cui condividevi un sentimento simile all'amicizia. Con un po' di impegno però eri riuscito a mettere insieme le frasi smozzicate di lei, lavorando anche di memoria perché spesso intervallate da dovuti commenti sui capelli della limitrofa o sulle tette della prospiciente:
SEMBRA CHE IL PARRUCCHIERE...
MA COME STAI BENE CON QUESTA CIOCCA PRUGNA E VERDE ACIDO, DEVI ASSOLUTAMENTE DIRMI CHE CREMINA HAI COMPRATO...
...SIA IN ROTTA CON LA DONNA...
SONO D'ACCORDO CON TE, LE VACANZE IN TENDA SONO DI SICURO LE PIÙ BELLE...
...SEMBRA CHE LEI SIA MOLTO GELOSA...
FRANCESCA, HAI VISTO L'EYE-LINER BLUETTE CHE HA SU TATIANA? (tatiana???). IO NON RIUSCIRÒ MAI A FARE QUELLA DOPPIA RIGA...
..NON VUOLE CHE PARLI CON GLI ALTRI!!
MA CHI?
...LA RAGAZZAAA!!
E così, mettendo insieme tutti i pezzi avevi ricostruito l'accaduto.
Il parrucchiere, il più bello del gruppo, con quella camicia bianca con il colletto impreziosito da pregati ricami in filo nero, subiva i ricatti amorosi della sua (s)fortunata compagna, la quale, giustamente gelosa, montava su tutte le furie se solo il suo uomo avviava una qualsiasi conversazione con una donna non marchiata dall'odore del branco, non risparmiandogli drammatiche scenate a cielo aperto. Così lui, per ripicca o disperazione, da qualche giorno si asteneva dal parlare con chiunque, creando disagio, durante le occasioni mondane, al gruppo tutto, che si trovava privato del suo capo carismatico ma non delle sue camicie!

...ALL'IMPROVVISO, ALL'IMPROVVISO...

Un sonno!
La serata andava avanti moooolto lentamente. Neanche ripassare a mente la coreografia di step fatta proprio quel pomeriggio ti aiutava ad allontanare la tua testa da quella situazione non cercata. Ti fermavi sempre a quel passo, non riuscivi a ricordare il resto. Ma com'era? Uno, due, tre, quattro, cinque e sei, eccolo là che ti perdevi di nuovo. Non solo ti eri aggrovigliato durante la lezione mandando sistematicamente le braccia dalla parte opposta, provando una fitta ogni volta che, allo specchio, constatavi di essere l'unico ad aver sbagliato. Ti aggrovigliavi anche col pensiero.
A forza di coreografie avevi sfangato la pizza con verdure arrivata fredda, probabilmente da Napoli, e gli antipasti, arrivati dopo la pizza perché in quel locale si usa così. E mentre avevi il passo, ce l'avevi lì, per la prima volta fluido nella tua testa, mentre imbroccavi il sette e l'otto come se fosse la cosa più naturale del mondo, ti eri visto catapultare in mano una bottiglia di qualcosa, che avevi preso per puro riflesso condizionato e dopo qualche secondo avevi capito che la torta era ormai dietro di te ed aspettava che tu facessi largo sulla tavola per atterrare e prestarsi alla foto di rito. Tutti attendevano una tua reazione, almeno la mossa di spostare un bicchiere, ma il bradipo si era impossessato di te totalmente e oramai tutti lo stavano ammirando con attenzione spazientita. Il parrucchiere poi aveva deciso di tornare in possesso del suo ruolo di guida afferrando la bottiglia-intralcio e consegnandola nelle tue mani, senza dire una parola, per mantenere fede al suo proposito o per la consapevolezza che le parole sarebbero cadute nel vuoto.
Torta e spumante,
canzoncina e regalo,
bacetti e saluti, per quanto riguardava te, definitivi, anche se ADDIO non ti era sembrata la parola più discreta con cui accomiatarti. In queste occasioni non serve manifestare candidamente i propri sentimenti; è meglio defilarsi lasciando la sensazione di aver vissuto la migliore serata della tua esistenza e cominciare a preparare scuse diverse per non viverne altre.

L’aria fresca ti investe come un flaconcino di gin-seng, la radice a forma di uomo che non hai mai provato ma che ti stuzzica ogni volta che passi di fronte agli scaffali per i fissati del biologico di ogni supermercato in cui entri. Ma il gin-seng, a quanto pare, non può molto contro le amnesie da parcheggio e tu ti guardi in giro un bel po’ prima di incamminarti verso destra, sperando che in quella direzione ti imbatterai presto nella tua macchina! Nell'ipotesi, tutt'altro che improbabile, che così non sarà, metterai in pratica la scena ormai rodata di raggiungere la vetrina del negozio che volevi proprio guardare con attenzione a notte fonda, rimanere lì impalato per una manciata di minuti, nel frattempo ripassando la solita coreografia di step, e poi, con gran classe, tornare sui tuoi passi e sperare di imbatterti nella macchina, che, evidentemente, avevi parcheggiato a sinistra! Ma no, stavolta ci avevi azzeccato, era a destra, ti sembrava di ricordare molti particolari.
Cinquanta metri.
Sì, il cassonetto rovesciato.
Cento metri.
"TENTAR NON NUOCE...STO CAZZO!!!", già, anche questa massima credevi di averla notata.
Duecento metri.
Mh, via delle zoccolette no, non l'avevi incrociata.
Cinquecento metri.
Urgono i preparativi per l'inversione di gran classe. Quella vetrina illuminata andrà benissimo.
Ultimi dieci passi e stop!
Una distesa di cessi e bidet ti si para davanti, sfavillante come se quegli oggetti fossero pensati per servire aperitivi e non per privati momenti di concentrazione. E, per completare il quadro, un assortimento perverso di copriwater in plexiglass fanno sfoggio di sé, con dentro ogni idea più malata, dal filo spinato all'effigie di Padre Pio che si illumina ad intermittenza. Cinque minuti di raccoglimento possono bastare, viri a sinistra, alla volta della macchina che ti riporterà a casa, ma lasci un pezzo di cuore sulla tavoletta a metà fra il sacro e il profano! Ripassi davanti al locale dopo mezzora di passeggiata e cammini spedito verso la meta, ormai sicura. Altri dieci minuti di scarpinata e intravedi il muso color puffo della tua twingo. Ma certo, per traverso sul marciapiede, come hai potuto dimenticare??

ERA
SOLAMENTE IERI SERA
IO PARLAVO CON GLI AMICI
SCHERZAVAMO FRA DI NOI
e tu E TU E TU,
TU SEI ARRIVATO
M’HAI GURADATO
E ALLORA TUTTO È CAMBIATO PER ME,
MI SEI SCOPPIATO DENTRO AL CUORE
ALL’IMPROVVISO, ALL’IMPROVVISO
NON SO PERCHÉ
NON LO SO PERCHÉ
ALL’IMPROVVISO, ALL’IMPROVVISO
SARÀ PERCHÉ MI HAI GUARDATO COME NESSUNO MI HA GUARDATO MAI
MI SENTO VIV(A) ALL’MPROVVISO PER TE


            Dalla mattina eri posseduto da MINA in versione anni settanta, e il fatto che proprio questa canzone ti fosse rimasta in testa ti sembrava significativo. Sapevi che non sarebbe mai arrivato nessuno con il potere di rivoltarti la vita con un solo sguardo ma a censurarti la speranza non eri ancora arrivato.Tra l’altro non sapevi quanto fosse pignolo il gran cerimoniere investito del compito di far succedere le cose. Speravi tanto che il fatto di dover parlare con gli amici, di scherzarci perfino, non fosse proprio necessario perché altrimenti addio speranze. Se contava soltanto il fattore sorpresa, allora tu quello ti impegnavi a garantirlo. Fin dalla mattina avevi preso l’impegno con te stesso di cadere dalle nuvole davanti al tipo che la sorte aveva scelto per te. Tu non c’avresti pensato fino a che non fosse successo, tant’è che ogni volta che ti ritrovavi a canticchiare il ritornello della canzone lo facevi sottovoce per il timore che il gran cerimoniere si accorgesse che, altro che effetto sorpresa, tu non aspettavi altro, non pensavi ad altro. E invece niente entrata ad effetto durante la serata. Come puoi non essere infastidito salendo in macchina e attaccando con il ritornello non appena poggi le mani sul volante? Che colpo basso da parte del subconscio, visto che ora la serata con gli amici ALTRUI era passata e tutti i presupposti per farti scoppiare qualcuno dentro al cuore erano sepolti insieme alla pizza fredda e i postpasti ingurgitati.
Stare in macchina è una gran perdita di tempo. Magari non hai niente da fare ma dover sprecare il tempo sottratto all’ozio soltanto per spostarti da una parte all’altra ti sembrava un’ingiustizia. Così correvi. Non per il gusto della velocità, che non avevi mai provato, ma per il terrore di beccare il semaforo che sta per diventare rosso. Non odiavi nessuno quanto le signore con la messa in piega appena fatta o i vecchi con il cappello fuso con la calotta cranica che sbucavano dalla stradina laterale con un tempismo calcolato al millesimo di secondo. Ti si mettevano davanti tagliandoti la strada con manovre che legittimerebbero lo stralcio immediato della patente ma con una tranquillità così assoluta che passeresti tu dalla parte del fuori legge intollerante se solo provassi a far loro notare l’accaduto. Ti illudevi ogni volta che fosse normale che andassero a due all’ora non appena sbucati da una curva e che di lì a poco avrebbero cominciato a dare gas anche perché il semaforo risplendeva di un verde smeraldo e non riuscivi ad immaginarti un essere umano che non avrebbe preferito passare piuttosto che fermarsi e aspettare. Ma dopo qualche decina di metri finisci sempre per renderti conto che la loro andatura stentata non è temporanea ma è proprio una dottrina, un modo di essere. Così ti spazientisci e inizi a cercare il modo per schiodarti da quella gabbia. Fare i conti con lo zig-zag del centenario o con il teleshopping della signora non è facile, e intanto scatta l’arancione. Sai che ti troverai presto fianco a fianco con il criminale e sai che tanto non te la sentirai di rimbrottargli alcunché, e allora almeno ti prepari uno sguardo tra il cattivo e il perfido sperando in una sensibilità altrui che almeno gli consenta di coglierlo ed autoincenerire all’incanto. E invece ad uno sputo dal semaforo ecco di nuovo il sangue che sembra scorrere nelle arterie ormai sclerotizzate del centenario o ridiscendere dalla capigliatura cotonatissima e laccata della gran dama, un colpo all’acceleratore e via proprio mentre scatta il rosso, fuggendo per chissà quali impegni e lasciando te impalato ma in pole-position, additato da tutti per un modo un po’ scomposto di canticchiare.
E intanto da lontano intravedi il verde. Lo devi passare. A quest’ora della notte vorrebbe dire proprio che non c’è giustizia nei cieli beccare qualcosa di simile alle due figure odiate poco sopra. Dalla quarta alla quinta. Ce la fai, ce la fai. Anche con l’arancione spinto hai deciso di passare. E l’arancione scatta inesorabile un po’ prima del previsto. Stai per volare dall’altra parte dell’incrocio ma una luce blu lampeggiante ti induce alla prudenza. Non è produttivo lasciarsi fermare nei posti di blocco dei carabinieri, si perderebbe molto più tempo che aspettare il verde e ripartire con l’andatura stentata del centenario, per passare inosservato o per suscitare un po’ di compassione. È rosso e ti fermi.
E TU E TU ETUUUU, TU SEI ARRIVAAAAAATO. Basta, ma cos’è? una specie di droga. Le canzoni di Mina danno assuefazione, nei sei sicuro. M’HAI GUARDATO, SCUSA, E ALLORA, SCUSAMI, TUTTO È CAMBIAAAAAAAATO PER ME, TOC TOC , come toc toc?! SCUSA. Semiparalizzato ti giri. Quel maledetto vizio di cantare a voce alta ai semafori! Metti a fuoco, e…


MI SEI SCOPPIATO DENTRO AL CUORE, ALL’IMPROVVISO, ALL’IMPROVVISO.

Ha fatto tardi! Il prescelto ha fatto tardi, non ha fatto in tempo ad arrivare mentre tu scherzavi con gli amici, avrà ricevuto tardi l’ingaggio, si sa come vanno queste cose, dalla terra al cielo e poi di nuovo alla terra, burocrazie celesti e burocrazie mortali, chissà quanti fogli uso bollo saranno stati riempiti!! L’effetto sorpresa! La cosa più importante è l’effetto sorpresa. Tu non te l’aspettavi, devi cadere dalle nuvole – in effetti ci cadi proprio, perché non avevi pensato all’arrivo tardivo. Anche una qualche esitazione non guasterebbe. È L’UOMO PER ME, SICURO DI SÉ. Non riesci ancora a crederci. Non può capitare tutto questo, è illogico e bellissimo. L’occhio celeste di lui ti ha catturato subito, e ti pare di scorgere una profondità d’animo fuori dal comune. Non è uno strafigo ma che importa? non ti sembra il momento di sottilizzare, e poi la spalla ti sembra sufficientemente pronunciata, ben riempita, e rifiuti il possibile uso delle spalline (se usasse le spalline proprio non lo potresti sopportare anche se fosse stato mandato giù per espresso dal Principale). Curato nell’aspetto e nell’anima, non è meraviglioso??? In realtà la camicia che indossa non è nulla di immediatamente riconoscibile, ma è comunque sobria ed allacciata fino al penultimo bottone, niente capezze con crocifissi o targhette con il gruppo sanguigno. A meno che non indossi le ESPADRILLAS con calzino di spugna bianco cadente sulla caviglia, non vedi motivo di preoccuparti. Lentamente abbassi il finestrino. Cerchi di modulare lo sguardo donandoti un’aria di stupore condito con un sorriso appena abbozzato e conquistatore, spingendo giù il senso di autoironia feroce che ride sguaiatamente dentro di te ogni volta che ti avventuri a manifestare questi sentimenti senza usare le parole, e ti prepari ad ascoltare la frase che il destino ha scelto per regalarti l’uomo della tua vita.
CIAO!
Non potevi chiedere di meglio.
CIAO rispondi tu. Che bello, come se ti conoscesse da una vita, come se ti avesse ritrovato dopo tanto tempo, con una dolcezza in quel ciao che solo un animo sensibile è in grado di esprimere.
HAI IL CAPPOTTO CHIUSO NELLA PORTIERA!!
Scatta il verde. Se ne va. Lasciandoti sempre in pole position ma frastornato dal rumore di quella frase. Ti tocca anche sorbirti lo sguardo fra il cattivo e il perfido che un centenario materializzato dal nulla, con il cappello ben calzato anche a quell’ora ti ficca negli occhi, tacitamente rimproverandoti per la tua sosta prolungata davanti al verde del semaforo. Non ti sei smosso neanche al suono del suo clacson e lui ha dovuto fare marcia indietro e circumnavigarti come se si fosse trovato improvvisamente davanti una voragine creata da un meteorite caduto dallo spazio. Tu non trovi la forza neanche di autoincenerirti allo sguardo del vecchietto. Sai che glielo devi ma proprio non riesci, e lasci che lui se ne torni a casa e si corichi insieme alla moglie e al cappello, non trovando gli stimoli per fare alcunché. Forse te ne starai tutta la notte a vedere il rosso e il verde del semaforo darsi il cambio fino a quando l’arancione lampeggiante non si decida a mandarli a dormire.Vedere che anche il centenario ha un lembo del cappotto che gli fa da coda, non fa che accrescere il tuo sconforto.
Giri a destra. Niente casa per adesso. Tanto non c’è nessuno ad aspettarti. Gironzolare un po’ senza meta non ti farà male, sicuramente ti aiuterà a riprenderti dall’amore appena non sbocciato. E poi non piove. La scarpa scamosciata non correrà pericoli neanche se deciderai di parcheggiare e passeggiare un po’. Trastevere ti sembra un bel posto, con tutta quella gente da osservare, e il fatto di startene da solo non ti preoccupa più di tanto; spesso ti capita ultimamente di girovagare in solitudine e magari sederti su una panchina a non fare niente, a seguire, neanche troppo, i tuoi pensieri. Ma questo deve ingenerare una qualche forma di compassione in chi ti guarda.
Una mattina, per i vialetti di Villa Borghese, sei stato apostrofato da un signore che avrebbe voluto la tua compagnia, sa il cielo in quale senso, e si preoccupava che rimanessi da solo seduto in panchina. NON HAI PAURA CHE QUALCUNO PASSI E TI SI PORTI VIA? Avrà avuto una sessantina d’anni, era in bicicletta e si è seduto esattamente sulla panchina che avevi scelto da lontano come meta di ristoro dopo un’ora di cammino per i sentieri della Villa. Disobbedendo alla tua naturale spinta misantropica, hai deciso di sederti sulla panchina accanto a quella del biciclettaro. Una volta seduto, guardando sempre, rigorosamente, il laghetto che avevi di fronte, vedevi comunque con la coda dell’occhio che lo sguardo del signore volentieri si fissava su di te. Speravi soltanto che i suoi ormoni avessero perso la vitalità di un tempo. E invece ti chiede l’ora, lamentando che il suo orologio iniziava a perdere colpi. I metodi classici, non c’è che dire, vanno sempre di moda. Risposta secca ma niente da fare. Si alza dopo un po’ facendo per andarsene ma, guarda caso, passa davanti alla tua panchina e attacca con: TUTTO BENE? Dentro di te gustavi lo spettacolo ma eri attentissimo a non lasciar trasparire nulla, nulla che avrebbe potuto magari essere frainteso come una voglia di comunella. Sei stato un po’ scortese, hai tagliato corto, ma lui è parso non accorgersene, continuando a ridere alle battute che lui stesso faceva e che farciva con embrioni di inviti a pranzo e di proposte di visite guidate per la città. Tra una frase e l’altra ti ha anche detto che pensava fossi americano!!! Un messaggino sul tuo cellulare ha provvidenzialmente troncato ogni velleità dell’omino, che inforcando la bicicletta, è partito per chissà quali altre avventure. Speravi solo un po’ più fortunate!!
L’idea di combattere con i biciclettari trasteverini by night non ti entusiasma, ma sei pronto a correre il rischio, sei deciso a non dare confidenza a nessuno, a non rivolgere parola ad alcuno, a declassare tutti a comparse di quel momento di riflessione, nessun protagonista a parte te. E infatti dopo cinque minuti ti passa davanti Federico con la sua schiera festante e sebbene tu riesca ad assumere un colore invidiabilmente vicino al marmo della scalinata che avevi eletto tua tribuna, non basta questo a non farti spiccare unico solitario in mezzo a greggi di persone in transumanza. Lui e gli amici del mare, una persecuzione! Questi almeno li conoscevi di vista ma ogni volta che per caso le tue e le loro strade si incrociavano era passato quel tanto di tempo che non legittima l’oblio ma che giustifica il tentennamento nel saluto. Bacetto come grandi amici o stretta di mano come nuovi acquisti? E via con la stretta di mano a pugno chiuso che fa molto americano e che è una perfetta via di mezzo fra le due soluzioni, come a dire, non ricorderò mai il tuo nome ma a questo mondo siamo tutti fratelli, hey man!
La spietata transumanza ti ingloba senza lasciarti possibilità di scegliere e così ti ritrovi a fare discorsi leggeri sulla tua vita e sulle tue prospettive, come se l’una e le altre veramente lo fossero. Le ragazze, come al solito, ti aiutano a prender confidenza e a tirar fuori qualche stupidaggine che faccia breccia anche nel cuore dei maschi, razza così dura e classista. Forse è più vero dire che le ragazze, come al solito, ti aiutano a superare la tua visione del maschio come duro e classista, presunzione che il più delle volte si rivela priva di fondamento, confermando te stesso molto più duro e classista dei maschi che incontri. Nel cuore di uno in particolare non ti dispiacerebbe far colpo. Sembra buono ma non vitello, riservato con qualcosa dentro e non riservato per celare il vuoto dentro, come spesso succede. Sembra gentile. Solo che non c’è verso di scambiarci due parole in fila, perché Federico a cadenze regolari piomba sui di voi da una qualsiasi altra discussione idiota e si affatica a buttar lì brandelli di argomenti comuni, nobilissimo gesto, riducendo a brandelli gli argomenti comuni che faticosamente vi ingegnate a tirar fuori dopo le sue incursioni. Ma come si fa a rimproverarlo? Certo alcune sue manifestazioni sono difficili da recuperare. LO SAI CHE SUO PADRE HA UN ORTICELLO DOVE COLTIVA UN PO’ TUTTO? Si ferma un secondo e poi, TUTTO TRANNE I CETRIOLI! questo confida al vitello, che per tutta risposta se la ride. Ora, a parte la fatica di stare dietro al doppio processo mentale che porta Federico prima a pensare e poi a dire certe cose, ti riesce impossibile credere che lui lo faccia con un secondo fine, o accorgendosi del quadruplo senso della frase che gli esce dalla bocca. E questo ti sembra il lato peggiore perché sai che con lo stesso candore potrebbe tirar fuori qualsiasi altro simbolo fallico mentre tu stai beatamente parlando di come sei stato contento di passare il capodanno nel deserto a brindare con scorpioni e vipere cornute. E mentre ti inoltri in un trattato sulla difficoltà di coltivare cetrioli, con una sicumera totalmente priva di fondamento ma che da sola basta ad uscire dal discorso senza troppe ferite, la transumanza volge al termine, è giunto il tempo di rientrare nel recinto e mentre il vitello finisce di avvoltolarsi nella ragnatela da te tessuta fra un raid e l’altro di Federico e accetta di farsi riaccompagnare a casa da te, che, guarda un po’, gli abiti vicino, ecco l’ultima intrusione del kamikaze , che purtroppo ti abita realmente vicino. Prenota anche lui un posto in macchina, che non puoi negare senza esser costretto a stendere i tuoi sentimenti per strada come i panni delle signore trasteverine e, maledicendoti per non aver comprato una SMART o un SIDE-CAR o un CALESSE o qualsiasi altro mezzo di trasporto omologato per due, ti avvii verso la macchina, tu, il vitello, e Federico sproloquiante nel mezzo. In macchina ha almeno la decenza di mettersi dietro, continuando però a lanciarti dal retrovisore occhiate d’intesa e muti suggerimenti su nuovi temi da toccare. E ride.
Sta bene Federico, e dire che lo conosci da quindici anni. Il sorriso così aperto ti è sempre piaciuto molto, ti ha sempre dato un senso di tranquilla serenità. Lo stesso sorriso che ha preso il posto di tutte le parole quando vi siete accorti che ognuno voleva essere il “miglior amico” di quello della terza D, brufoloso e con i capelli leccati, con il fascino di una canna di bambù. Ogni tanto succede che all’improvviso si accendono tutte le lampadine che fino ad allora si erano sempre accese ad intermittenza. Succede che allora tutto fila, e si prova un gran senso di appagamento solo un po’ appannato dal disappunto per esser arrivati così tardi a capire quello che da sempre era lì, sotto agli occhi. Non vi eravate inoltrati in discorsi di rito, anche perché a quell’età è già tanto capire di avere un’attrazione definita verso qualcosa. Solo avevate raggiunto la consapevolezza di un’intima comprensione, di una nota comune che suonava in sottofondo ogni volta che passavate del tempo insieme. E quella nota la senti anche mentre al volante parli di tuberi al vitello che è rimasto abbagliato dalla storia del babbo agricoltore. Oramai neanche pensi più alle promesse di MINA. Niente più entrate ad effetto anche perché non capisci da dove il predestinato potrebbe arrivare, escludendo che ti si affianchi correndo o ti si lanci sul cofano a volo d’angelo piovendo da chissà quale albero. In più, abitando Federico a duecento metri da casa tua, è altrettanto scontato che la prima tappa sarà la casa del vitello, da cui quindi sollevi ogni mira colonizzatrice. E senza il colpo di scena che invece a questo punto era previsto, ti fermi e scarichi il bel tenebroso che magari incontrerai di nuovo quando avrai perso completamente la confidenza acquistata nonostante Federico, e dovrai ricominciare con la stretta di mano americana, riservandoti però la sfrontataggine di sdoganare il bacetto.
Passare un po’ di tempo a cazzeggio libero con Federico è la cosa più indicata dopo gli eventi della seratina e visto che arrivati sotto casa sua non hai neanche finito di descrivergli le preziose camicie che vanno di moda fra i parrucchieri, decidi di salire da lui, chiaramente senza che l’invito venga formulato. Quindici anni abbatterebbero le cerimonie anche fra te e Carol.
Forse è una caratteristica dei legami che iniziano quando ancora non si è capito niente di come funzionano le cose; quel periodo che, per i ragazzi più che per l’altra metà del cielo, si riconosce anche per le metamorfosi fisiche che sbocciano impietose, a cominciare dalla voce che ti tradisce ogni volta sul più bello, mentre sei nel mezzo di un’interrogazione o della recita scolastica. Tu sei lì che ti compiaci per il nuovo tono VIRILE che ormoni impazziti ti hanno donato da un giorno all’altro ed ecco che ti avventuri in una frase che esige un’ottava più alta e ti ritrovi a starnazzare come una gallina durante il travaglio. Quel periodo in cui il naso cresce sconsideratamente regalandoti un’aria da barbagianni orfano, e, come il naso, soltanto la parte corrispondente nel cervello cresce nella stessa misura, e ti dà sprazzi di intuizioni che è difficile gestire. Senti che ci dev’essere qualcosa da capire ma che ancora ti mancano un sacco di pezzi e nessuno ti dice dove andarli a cercare. In quel periodo forse tutto è più istinto, e profumi e sensazioni lasciano dei segni diversi da quanto succede in seguito. Magari si ha soltanto il vantaggio dell’inesperienza per cui è più facile stupirsi, è più facile che si provino emozioni mai provate, banale quanto vero. E, crescendo, mentre i ricordi sbrilluccicano ma rimangono nel loro posticino nella testa, fermi e pronti a saltare fuori per una fragranza che si fiuta nelle circostanze più strane, i rapporti che nascono in quel periodo si portano dentro quello sbrilluccichìo ma insieme cambiano e a crescono e sono più materiali degli altri, più sanguigni, nei momenti belli e in quelli brutti, nella buona e nella cattiva sorte, eccetera, eccetera. Quante volte avresti voluto saltare sopra la testa di Federico tenendo in mano due valigie piene di involtini primavera o qualcosa di ancora più pensante, e hai dovuto mandare giù a fatica il comando perentorio che il cervello ti urlava dentro facendo appello a quella foto che gli hai scattato mentre usciva dal bagno e non sapeva di essere immortalato, perché niente come l’espressione dei suoi occhi ti disarmava tanto, così privo di infrastrutture, di corazze e così indifeso. E però non riuscivi ad immaginare un’altra persona in grado di sostenere le tue confidenze, tutte quante, anche il fatto che per pisciare hai bisogno di tenere la mano sinistra ben piantata sulla piastrella a destra del pulsantino per tirare l’acqua perché solo così riesci a concentrarti.
Quante cose strane ti passano per la testa. Sei minimamente concentrato sul racconto degli eventi, per quelli hai messo l’automnatico. Tutte le tue attenzioni sono rivolte a pensieri sul rapporto stranavigato con Federico. Non c’è niente di nuovo. Avrai vissuto la stessa situazione milioni di volte in quindici anni. Delle chiacchierate senza senso hai perso il conto parecchio tempo fa e allora com’è che adesso il suo profumo ti sorprende come se non l’avessi mai sentito? Com’è che fai di tutto per vederlo sorridere? E com’è che il fatto che lui ti stia a tre centimetri dal viso non ti sembra così naturale come lo è stato sempre, così innocente come lo è stato sempre? SAI QUANDO DEVI IMPROVVISAMENTE CAMBIARE ROTTA E L’UNICA COSA CHE TI RITROVI DAVANTI È UNA VETRINA DI SANITARI … gli piacerà di più la tavoletta col filo spinato o quella con Padre Pio luminescente? CON AL CENTRO PADRE PIO CON TUTTE LE LUCETTE ROSSE CHE SI SPENGONO E S’ACCENDONO PERFETTAMENTE SINCRONIZZATE CON … colpito, mentre ride piega la testa e con la fronte ti tocca la spalla, e sbarri gli occhi vedendo che la tua mano, in pieno ammutinamento, gli sta accarezzando la nuca. E INVECE TE LA VEDO LÌ IN MEZZO AL MARCIAPIEDE … gli avevi mai accarezzato la nuca? Chiaramente escludendo quella volta in cui per sbaglio gli avevi scaraventato contro una pallina da tennis a cento chilometri all’ora con uno di quegli attrezzi infernali che dovrebbero insegnarti a rispondere ai servizi e che sputano qualsiasi cosa tu metta nel caricatore. Non potevi immaginare che lui volesse fare una pausa e quando lo hai visto girarsi proprio mentre la pallina veniva scagliata non hai avuto neanche il tempo di urlagli ATTENTO, e magari è stato meglio così perché se si fosse girato la pallina gli avrebbe sicuramente scavato il terzo occhio in mezzo alla fronte. In quell’occasione, oltre a profonderti in inutili scuse eri accorso a saggiare l’entità del danno passandogli la mano fra i capelli e avvertendo un gonfiore che aumentava in modo incontrollabile di secondo in secondo. Ghiaccio e bacetti come si faceva da bambini. Il primo per curare il corpo, i secondi per curare l’anima, così ti aveva insegnato la mamma. …INVECE NON MI DICE CHE AVEVO IL CAPPOTTO CHIUSO NELLO SPORTELLO? E intanto lui ti guarda. E sorride. E ti bacia.

UN BACIO È TROPPO POCO PER SAPERE SE TI AMO
VORREI PROVARE ANCORA PERCHÉ CREDO DI CAPIRE
CHE MI PIACI CHE MI PIACI
TI PREGO DI BACIARMI UN’ALTRA VOLTA
MAGARI CON UN POCO
UN POCO PIÙ DI AMORE
E COSI VERRÀ VERRÀ VERRÀ
L’AMORE L’AAAMORE
L’AMORE QUELLO VERO PER NOI DUE